Privacy Policy Madre mia – Cesare Carta

Madre mia

Madre mia

Darle del Lei, o Madre, ora finalmente mi permette di tenere quelle distanze mai avute, in quanto sempre coinvolto dal lucido distacco della preoccupazione di poter avere colpe in ogni suo presente, preoccupazione che a Lei Madre, la ha accompagnata sempre, in vita, terrore di esser causa del dolore di una stirpe che invece colpe non ha, ma solo impensabili conseguenze.
E le nervose reazioni, le casuali anomalie peggio gestite da un sangue agitato e nero non la hanno aiutata a rilassare anima e corpo, come se una spada infilzasse la sua vita in ogni istante, lasciandole, o Madre, il torto del non riuscire mai a lenire nessun dolore, quasi a sottoscrivere col sangue la certezza della colpa.
Vivere quel dolore ascoltato e urlato tra le mura di una vita senza colpe, ma con troppe lancinanti sofferenze, ha chiuso in Lei o madre troppi canali, canali di semplici e naturali istinti, lasciando aperta solo una piccola porta a soffietto dove ogni ingresso di pace non trasportava in uscita null’altro che dolore già consumato, lasciando però spazio ad altro, sempre nuovo, sempre dolore.
Madre di sofferenze e madre di coraggio, madre minuscola nell’apparenza, iconica in sbiadite foto dove la Sua bellezza straripava superata solo dalla Sua dolcezza. Madre innamorata. Si, madre devota e innamorata, la cui maledizione di una malattia ha reso tanto amore nero.
Di quella nostra infanzia, mia e Sua, o Madre, tormentata e senza colpa, percepivo amore mal compreso, inutile in quel contesto, ma che in ogni sorriso traspariva, amaro Madre, quel sorriso lacerato e rassegnato. Lei ha vissuto, o Madre, negli armadi della speranza con mille vestiti da regina e mille balli con occhi illuminati di vita, vita mai vissuta o Madre.
Madre il cui significato Lei ha travisato, ad ogni Madre sono associati anche Figli, anche io, Madre, nello stesso dolore inconsapevole ma senza l’amore che La ha unita alla mia figura paterna, un Padre che mai è stato mio, ma solo Suo in quanto fragile e avariato dal morbo, antico e senza cure.
Un Padre, amante devoto e innamorato col quale Lei ha scambiato in pochi anni mille righe in una distanza che è diventata così piccola anche se incolmabile. La maledizione della distanza, la vendetta del destino che ha portato Lei, o Madre, a Me. Restituendoti un figlio marito in un contesto simile, ma almeno fisicamente in ordine. E quante lacrime Madre io e Lei abbiamo versato insieme in un ricordarle la sofferenza passata che però per me era presente per la prima volta. Perché Madre ripercorrere trafile dolorosamente sopite come a volersi punire?
E Me, Madre, che espiavo nessuna colpa espiandole tutte.
Ciao Madre, mai vissuta
Madre che senza sospiri sei riuscita a piangere tanto silenziosamente da riuscire proteggere almeno Te stessa da quel dolore, dal dolore di una famiglia, già in partenza maledetta, da un caso che probabilmente nella tua infinita religione hai deciso essere qualche punizione, forse per il barattolo di olio che in guerra hai rotto, forse perché il divino, o Madre, aveva solo deciso di prendervi in giro trasformandosi in un diavolo nero, maledetto e infernale, che ha colpito voi e le generazioni future.
Futuro o Madre, ben gestito.
Futuro ben presente raccolto in una strenua difesa di prole senza aria fresca, protetta ma lasciata al suo destino. Prole, Me, che in ogni sguardo del Suo amore, fisicamente anaffettivo, sentivo sempre la Sua paura, la tua rassegnata voglia di riuscire, senza averne possibilità, prole, Me, rabbiosa in una grotta senza cibo, cannibale di sentimenti e amore, che lacera con unghie e denti se stessa pur di cercarne il sapore, di vederne il colore.
Ciao Madre, mai morta
Che vivrà in più anime per sempre, qualunque sia l’interpretazione di un destino che ha lasciato in tante, o poche anime, o nessuna.
Ciao Madre, solo ora credo di poterti dare del Tu, dopo lacrime consapevoli ed esperte, dopo urla di dolore innamorato di tanto amore che è mancato, perché ti ho Amata così tanto di quell’amore che per sempre resterà uguale al dolore di averti persa.

Tuo Figlio
Cesare
5 Settembre 1934

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