L’ influencer

L’ influencer

Lui credeva possibile che quel lavoro potesse essere perfetto per lui, animo indomito e amante del silenzio,
da sempre lettore di libri di ogni genere e amante di arte creativa, statica, marmi e graniti sulle soglie della
sua fantasia, con linee marcate ed eccentriche profondità, a rimarcare la lineare e costante assenza di pace.
Sfoggiando al suo specchio il miglior sorriso, ma un abito scarso sia di forma che di colore, immaginò il suo
interlocutore nel vederlo, e si vide:
Molti capelli in ordine, ma chiaramente da tagliare, barba fatta da poche ore, perfetta, con basette alte e
segnate millimetricamente un centimetro sotto le stanghette degli occhiali, occhiali da sole, che avrebbe
levato all’interno di un probabile ufficio asettico e impersonale.
Un doppiopetto blu, quello che avrebbe usato per il suo matrimonio, ancora intelligente da indossare anche
se esasperatamente ufficiale, al quale, per sdrammatizzare abbinò una cravatta con degli elefantini
disegnati da un futurista estroverso, cravatta tendente al viola, su una camicia quasi bianca,
monocromatica. Si squadrò, si lesse cercando il suo finale, arrivò alle scarpe nere e impolverate.
Era troppo rischioso un abbigliamento casual, anche se si rendeva conto di essere un campione del mondo
di casual, la sua moda era da sempre l’arte di non distinguersi in qualunque tipo di folla, folle la sua ricerca
smodata di quella ricerca. Spolverò le scarpe.
Poi, insistendo sullo specchio, si osservo la faccia, il viso, cercando di sorridere, di non sembrare ipocrita, di
apparire ottimista, inutilmente. Decise allora di fregarsene, lui era così e chiunque avrebbe dovuto
accettarlo per come era. Ma abbandonando lo specchio e chiudendo la porta già considerava quella scelta
un grave errore, aveva bisogno di quel lavoro, doveva averlo, e decise di prendersi e prendere in giro tutti.
In anticipo sui tempi scelse di passeggiare, recandosi nel palazzo di vetro alto mille piani, dove in ogni piano
un possibile lavoro lo aspettava, la mail parlava chiaro, aveva tre possibilità, e poteva scegliere tre piani
solamente.
Non servivano documenti, il grande fratello lo conosceva bene, ecco perché chiedeva a se stesso come
avrebbero mai potuto selezionare lui, con il suo passato, e soprattutto con il suo presente, e suonò con
quei quesiti il campanello del futuro.
Click.
La vetrata dopo aver sbloccato la serratura si aprì da sola, lui entrò insieme ai suoi elefantini che in quel
momento, vedendoli riflessi, gli sembravano un Mirò senza firma. In fondo, in una luce celestiale, una
scrivania antica ma troppo immensa per esserlo, quasi un arredo di una chiesa sconsacrata e recuperato da
qualche animale di qualche ufficio per recupero crediti, sicuramente un fallimento, ma la chiesa di solito
non fallisce, dubbi, solo dubbi, quei ventisette passi non sarebbero bastati per fugarli tutti.
Un mogno biondo con sotto una segretaria apparentemente svizzera lo aspettava, sembrava che contasse i
suoi passi, in piedi, con una mano lungo i fianchi e una su quella scrivania immensa, fermava un foglio, il
suo, sicuramente il suo foglio.

Un cordiale saluto gli ricordò di levarsi gli occhiali da sole, meno male la segretaria era una figura di
secondo piano in quel suo colloquio, la prima gaffe gli fece scaldare la faccia, si sentì arrossire e dichiarò un
eccessivo caldo ad alta voce, poi rispose al saluto con un imbarazzante tentativo di stretta di mano. Il suo
galateo si rivoltò, sapeva perfettamente che è la donna che, se gradisce, porge per prima la mano da,
eventualmente, stringere o sfiorare con le labbra, e non era la seconda occasione, e si rese conto
dall’immobilità del braccio della segretaria, che non era nemmeno la prima.
Il foglio passò rapidamente nelle sue mani, la segretaria lo congedò indicandogli una porta di legno alla sua
destra, nascosta prima dal gioco architettonico del luogo, ma ora ben evidente, lui, ancora con la faccia
arrossata si avviò verso la porta, lei, impassibilmente svizzera, sparì in un istante, non si sa come, o dove.
Lui Pensò di avere già iniziato il colloquio, si sentì osservato, studiato, giudicato. La targhetta di ottone
lucidato pochi istanti prima rendeva bene l’idea; la scritta ‘Influencer’ sposava bene il periodo ma
confondeva ruoli e situazioni, bussò, sentì una voce senza capire esattamente cosa, ma immaginò di poter
entrare, spinse la porta e si catapultò nell’ufficio più moderno che avesse mai visto.
Dei plotter immensi che disegnavano metri quadri di carta ben stirata, in una stanza colorata e
luminosissima, lampade e lampadari modernissimi, led, e antichi, che emanavano il calore della resistenza
che regalava una luce caldissima in quell’Ottobre umido e piovoso, tappeti e guide rigorosamente dalla
Persia segnavano un percorso senza ostacoli, che lui seguì pedissequamente, arrivando alla bionda senza
più mogno, senza più occhiali, vaporosa e caldissima, e lui arrossì di nuovo, era si una figura di primo piano,
eccome, il cervello però parallelamente si scaldò più del suo viso, era bellissima, vaporosa, ideale, era la sua
donna da sempre, senza esserlo mai stata.
Al suo cospetto si fermò, un tappeto quadrato li conteneva entrambi, solo in quel momento iniziò e leggere
il foglietto che aveva da prima in mano, e rispose meccanicamente alla sua donna ideale, dicendo che
rinunciava a due delle tre possibilità di lavoro prendendo in considerazione solo la terza, la più alta come
responsabilità e paga, la più remunerativa anche a livello sociale ed emotivo, quella che le avrebbe offerto
una vita di toni forti, fortissimi, di emozioni totali nel bene ma, e questo era evidente, anche nel male.
Lei, profumata di amore, ma non per lui, dopo averlo ascoltato, dolcemente lo baciò. Lui ebbe un erezione
importante, cercò di sfiorarle i capelli, cercò di stringerla a se, cercò di amarla anche senza fisicità, e riuscì,
mai corrisposto però in quel bacio. Lei,senza parlare, gli dimostro che esiste un limite superiore all’amare,
ma lui era giovane per questo, vederlo senza poterlo gestire, sentirlo senza avere le giuste orecchie, viverlo
solo perché immaginato, e sfiorarlo in un potenziale essere amante e amato, corrisposto e generoso.
Troppo per lui.
Innamorato già deluso, confuso in quel bacio che, già finito, continuava, guardò lei, che ricambiando uno
sguardo incredibilmente freddo, gli disse che era assunto.
Lui fece carriera.
Lavorò tutta la vita senza sosta, senza avere tempo per una famiglia, per degli amici, per una vita sociale
fuori dai social, si integrò così bene in quel lavoro che per credere di essere vero e vivo, spesso cercava
spigoli che gli fratturassero la realtà.
Nel suo ufficio, in un piano vicino al millesimo, lei non entrò mai, lui non la rivide più potendone sentire il
profumo, le labbra, il colore reale che emanava e che gli regalò allora tanto esser vivo. Tutto si amplificò,
solo virtualmente, ma lui la amò per sempre, seguendone e gestendone vizi pubblici e virtù, creando per lei
ad arte situazioni, condizioni che avrebbero fatto la sua fortuna in piattaforme portatili, virtuali.

Lui Visse senza più nessuno, ma con Lei.
Visse così, col suo doppiopetto blu, quello che avrebbe usato per il suo matrimonio, e che considerò
sempre intelligente da indossare e, anche se esasperatamente ufficiale, gli aveva regalato quel lavoro, quel
bacio, e benedì la sua cravatta con gli elefantini disegnati da quel futurista estroverso.
Visse con e senza la sua Donna ideale.
La sua Influencer.

Cesare

3 Ottobre 2019

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