Privacy Policy Lo specchietto retrovisore – Cesare Carta

Lo specchietto retrovisore

Lo specchietto retrovisore

E poi guardo indietro e, sempre più veloce, cerco di fuggire da quel che
vedo. Guardo a sinistra e vedo gli amici, guardo a destra e vedo i parenti,
guardo al centro e vedo quello che ho sempre fatto.

Sono molto puliti tutte e tre, gli specchietti retrovisori, è il lunotto
centrale che è lurido, lercio, sporco dello sporco che sto vivendo, sporco
della voglia che ho di vederlo pulito, e i finestrini laterali sono chiusi,
vedo solo i due specchietti da quei due vetri, come se fosse l’unica
possibilità che mi offrono in quel contesto le mie stesse scelte, e, maledetti,
non fanno filtrare l’emozione dell’aria nuova, della voglia di vivere cose mai
vissute, con genti mai viste, con oggetti ancora da inventare, con emozioni vive
o con quelle seppellite negli specchietti, quelle che sai esattamente dove
trovare ma che non cerchi mai per paura di ritrovare lo stesso dolore.

E guardo
intensamente lo specchietto centrale, vedo la mia voglia, quella che sta per
partorire ancora. E che già ha partoriti due volte,
la prima volta ha partorito la voglia di non stare più male per amore, annessi
connessi, la seconda volta invece il desiderio assoluto di amare e stare male, ma
continuo ad accelerare in quella corsa folle, senza vedere nessuna strada.

E guardo lo specchietto di sinistra, quello degli amici, il libero arbitrio,
la scelta, la nascita di momenti così intimi e così appaganti, e la scelta di
distruggere tutto, come se nulla fosse esistito, scelta di esserci, pur non
restando, nella certezza che tutti i segnali, messaggi, vengano recepiti, e
nell’utilità che se gli stessi messaggi non vengono recepiti, evidentemente le
scelte fatte diventano giuste, e non solo alibi per se stessi, o alibi da
presentare agli amici come un conto da saldare

E guardo lo specchietto di destra, e vedi i parenti, scollegati dentro la
stessa amaca che dondola, scomodi, in quell’amaca si starebbe bene da soli, ed
è la scelta condivisa tacitamente, anche se dentro l’amaca alcuni cercano di
far stare comodi altri ma senza vedere che peggiorano la situazione di altri
ancora, tra la griglia dell’amaca si perdono pezzi, irrecuperabili, perché scendere
dall’amaca per raccoglierli vorrebbe dire non risalirci più.

E poi rallento, mi fermo, spengo tutto.

Provo a scendere, ad aprire le portiere, nulla, allora accendo e riparto, è
quella, solo quella l’unica possibilità che ho.

Cesare

28 Ottobre 2016

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