Tu, chi sei?

Tu, chi sei?

-Ciao, ma tu chi sei?- Chiesi a quel bambino con delle
bianchissime scarpe Nike alla moda, dei jeans strappati ad arte, e una maglia
semplice, decisamente pulita, aveva sicuramente una decina di anni, nessun
tatuaggio e un taglio di capelli con delle righe che probabilmente avevano per
lui e per altri come lui un significato, ma non per me. Il bambino mi guarda,
squadrandomi, cercando probabilmente di capire se io potessi essere una sua
potenziale vittima o un suo probabile alleato, era infatti evidente che il suo
atteggiamento era quello fiero del capo branco, dopo avermi squadrato mi
risponde, ma lo fa solamente perché in me non traspare nulla, e lui non riesce
in quel poco tempo a rendersi conto di chi io realmente sia:

-Sono il bullo della scuola.- Esordisce col una voce forte
ma distratta, per mettere in chiaro la sua supremazia su tutti gli altri
bambini della scuola e l’indifferenza nei confronti di tutto il resto. -E vivo
facendo paura a tutti, anche ai bidelli, e mi faccio portare soldi e coca cola,
e panini e caramelle, ma ti dirò un altro segreto-

Impassibile lo guardo, e aspetto la sua rivelazione, il suo
segreto.

-Non mi sembri un poliziotto-, inizia a raccontare. –E poiché
non sembri un poliziotto, anzi, sembri uno ‘a posto’, ti dirò che le ragazzine
mi rispettano, mi guardano, mi ammirano perché io sono così forte e faccio
paura ai loro compagni, ai loro bambini, infatti le ragazzine non mi
considerano un bambino, ma uno davvero grande, sai, addirittura un volta,
qualche settimana fa, una ragazzina non mi ha fatto vedere il sedere e allora
io glielo ho toccato correndo, è stato bello.-

In quell’istante la mia mano vola violentemente verso la sua
guancia, il movimento del braccio quasi automatico, la mano piena tra la
guancia gli occhi e il naso del bambino hanno fatto un rumore secco, sordo,
violento oltre ad ogni aspettativa, quello schiaffo già piangeva le sue
lacrime. Il bambino non capì, nella sua faccia rossa e gonfia di dolore ancora
non era arrivata la vergogna di quel gesto, inaspettato, a due metri dalla mia
mano, sul selciato della scuola, tutti i bambini lo guardavano meravigliati, un
rivolo di sangue si affacciò dalla narice, l’orecchio fischiava ed il calore
della sua faccia non accennava a diminuire, il bambino bullo provò ad alzarsi, riuscendo
però solamente a rimanere con ginocchia e mani a terra, lasciando andare giù la
testa, senza il bisogno istintivo della difesa, lui che spesso continuava a
picchiare i bambini quando erano in terra, e non si fermava facilmente. Dopo
parecchio riuscì ad alzare la testa e guardandomi, iniziò a piangere a dirotto,
lo schiaffo, umiliante, aveva minato qualunque sua certezza, e tra le lacrime
mi chiese:

-Ma tu chi sei?- risposi nel silenzio di quel piazzale, con
mattonelle piccole e quadrate, grigie, a parte alcune macchiate dal sangue che
colava dal suo naso:

-Io sono la vergogna che hai perso, sono l’umiltà e il
rispetto che nessuno ti ha mai insegnato, sono la tua stessa forza nello
specchio della solitudine sociale che stai creando intorno a te, sono l’unica
alternativa per te alle parole inutili spese da chiunque cerchi di educarti, io
sono per te, solo ora, il bambino bullo più bullo di te che ti dimostra quanto
serva a poco la forza alla tua età, ma quanto serva alla mia età con te.-

Il bambino, solitamente distratto e poco avvezzo ad
ascoltare i grandi questa volta fece sue quelle parole, e da quel giorno cambiò
modi atteggiamenti, parenti e genitori, cambiò look e, per parecchio tempo,
sentendo il dolore di quello schiaffo, nell’orecchio e nel cuore, maledì quel
giorno, e quelli prima ringraziandomi per quelli che sarebbero seguiti.

-Ciao, ma tu chi sei?- Chiesi a quel ragazzo con degli
occhialetti tondi che apparentemente gli regalavano un’anima intellettuale. Il
ragazzo non si degnò nemmeno alzare gli occhi dal suo telefonino, all’avanguardia,
probabilmente chiacchierava con venti persone contemporaneamente in dieci chat,
ascoltava i messaggi vocali, registrandone lui stesso, e metteva faccine per
rendere un idea che gli interlocutori capivano perfettamente, ma non mi degnò
di nessuna risposta in quel frangente, e anzi, sembrava soddisfatto del suo
atteggiamento nei miei confronti, anche senza aver mai alzato lo sguardo si
capiva dalle espressioni facciali. Solo dopo essersi accorto che avrei
aspettato la risposta per giorni, alzò lo sguardo, e piantò il nero dei suoi
occhi dentro i miei, facendo trasparire subito il suo acume, la sua
intelligenza. Il ragazzo aveva dei pantaloni lunghi, molto larghi, si vedeva,
anche se era affondato in una comoda poltrona, una felpa senza nessuna maglia
sotto, e un taglio di capelli probabilmente fatto dalla sua amica, quella con
cui faceva sesso ma senza impegno, perché lui, era evidente, era uno libero per
natura. Una leggera peluria lo rendeva ancora ragazzino, ma i suoi diciotto
anni li aveva di certo, quasi seccato inizia a rispondermi:

-Sono lo studente fuori corso, sono lo studente che fa finta
di dare gli esami e prende per il culo i genitori, sono quello studente che ha
la casa pagata, e la paghetta corposa, e che può permettersi di offrire alle
ragazze spinelli e bevande, e loro, si, sono molto affezionate a me sai, tanto
che credo di aver lasciato fuori dal mio letto solo quelle brutte, oltre a
quelle che mai verrebbero a letto con me, insomma, sono uno che ha capito
tutto, pensa, i miei genitori vengono a trovarmi una volta al mese, e io vado
in giro con la macchina nuova che mi hanno regalato ai 18 anni, e loro stanno
qua a casa e la puliscono a fondo, mamma lascia i soldi nel cassetto, babbo all’ingresso,
dentro il solito pacchetto di sigarette aperto, pensa che cretini che sono,
credono che abbia dato il triplo degli esami che ho dato.-

A quel punto, non rendendosi nemmeno conto del perché si
trovasse a proprio agio tanto da raccontarmi tutto così serenamente, continuò
come se io fossi il suo complice e non una domanda:

-Sai, credo che quando moriranno i miei avrò abbastanza
denaro per campare tutta la vita, non sono nemmeno sicuro di volermi davvero
laureare, chi me lo fa fare, tanto in questa società ormai va avanti solo
quello raccomandato, o quello come me figlio ricco di genitori ciechi e sordi,
che non mi hanno saputo allevare, crescere, pensa che non si son mai separati
solo per la vergogna, oltre che ovviamente per non traumatizzare me, idioti, io
che avevo capito tutto già quando il loro rapporto ha iniziato a deteriorarsi,
e avevo, pensa tu, solo tre anni.-

Solo dopo quella banale rivelazione, ma non banale per lui,
si rese conto di non sapere chi io fossi, e lo chiese:

-Ma tu, chi sei?-

Io risposi incalzandolo in ogni piega della sua esistenza,
in ogni lacuna del suo sapere, in ogni ombra della sua mente:

-Io sono il fallimento societario dei tuoi genitori, sono la
ragazza che hai messo incinta e che ti rovinerà la vita, sono il futuro della
tua presente ignoranza, quello che ora non puoi vedere, sono esattamente il tuo
datore di lavoro, che senza figli educati, si può vendicare solamente
vessandoti e facendoti patire le pene dell’inferno, sono quel libro che hai
lasciato chiuso e che probabilmente ti avrebbe chiarito le idee, sono quel
figlio che ti fa stare male ogni istante della tua vita solo perché non sei mai
riuscito tu stesso ad essere figlio.-

Lo studente rabbrividì, poi mi rise in faccia, era troppo
intelligente, lui, non aveva problemi di soldi, aveva mille spinelli e mille
lattine di birra, i suoi amorevoli genitori lo temevano, mi liquidò,
semplicemente con la sua risata. E si ritrovò solo, e continuò la sua vita
accompagnato da se stesso.

-Ciao, ma tu chi sei?- Chiesi a quella minuta donna che
camminava nervosamente sul marciapiede, la donna aveva degli anacronistici boccoli
mal colorati, costati probabilmente tanto, e un pesante trucco che la faceva
apparire, a seconda delle espressioni, un po’ la donna gatto, nella versione
cinquantenne datata, un po’ moira orfei, il vestito che indossava era molto
accurato, con pochi colori, la cintura, molto spessa , abbinata alle scarpe, e
la borsetta esageratamente grande, dove sicuramente riusciva a infilare la
paura di invecchiare e la certezza di esserlo già.

Sentendosi chiedere chi fosse, istintivamente si fermò, e
guardandomi da dietro grandi occhiali da sole, rimase in silenzio un attimo come
se le parole non le uscissero per la meraviglia, chissà di cosa. Poi si
riprese, si riavviò i capelli e cinguettando mi rispose:

-Io sono la donna perennemente in ritardo, sono la donna che
non può mai permettersi di arrivare in orario, pensi, che vergogna sarebbe, sono
la donna che mette tutti gli orologi avanti, apposta per non arrivare in
ritardo, fregandosene però, di quel tempo, tempo in cui gli uomini, le persone,
tutti insomma, mi aspettano, e aspettano. Sono quella che apre l’ufficio
pubblico in ritardo, sono quella che lascia il fidanzato per delle ore sotto
casa ad aspettarla, mentre magari chiacchiero con la mia amica al telefono,
sono quella che invia le comunicazione di assunzione, mai di licenziamento, in
ritardo, sono quella che porta il figlio a scuola in ritardo, a che poi si
altera quando la scuola mi chiama per giustificarlo, ma cosa devo giustificare
io? Che giustifichi chi arriva in orario, malati, fobici, assetati di
puntualità! Ma si rende conto che non dovrebbe esistere orario, ore, orologi.-

Fu in quel preciso istante che si rese conto che senza l’unico
suo scopo nella vita lei stessa non avrebbe avuto motivo per vivere, e ritrasse
il corpo allontanandosi mentalmente da me, in quell’occasione, unica causa del
suo dilemma, del suo essere a disagio, lei che mai nulla e nessuno ha
minimamente scosso, agitato, messo davanti alla realtà della sua malattia, si
ritrasse, ma solo un momento, chi poteva mettere in discussione tutta la sua
esistenza, nessuno, e ritrovò la sua forza naturale in una voce sempre
cinguettante. Proseguì, ma sempre meno convinta, tanto da trovare una rinnovata
cattiveria e una voce assolutamente  stridula:

-Io, sono l’ansia della risposta che non arriva, sono il
terrore di chi aspetta e mentre aspetta non gestisce il tempo, e non considera,
non capisce, non sa che il tempo passa comunque, e che nell’attesa è inutile
stare in ansia, sono il terrore degli insicuri, sono la paura delle decisioni
degli altri, quelle subite, sono la loro terribile attesa.-

Poi calmandosi, trovando un’inaspettata dolcezza nella sua
voce mi guarda, come se avesse visto in me un’altra persona, mi guarda con gli
occhi illuminati, emozionata nel suo pesante trucco, e mi domanda:

-E tu, chi sei? Sei cosi bello, così solare, mi piaci così
tanto.-

La risposta arriva semplice, istantanea:

-Io sono il tempo, il tempo che hai perso.-

-Ciao, ma tu, chi sei?- Chiesi abbassando leggermente il
corpo per arrivare con la mia domanda all’interno di quel finestrino, aperto,
con un gomito posato nervosamente sopra, il proprietario del gomito, con
pesanti occhiali scuri, mi squadra, e vedendo che non sono un vigile, ride.
Ride di gusto per un istante e poi si blocca di colpo, digrigna i denti e
guardandomi risponde:

-Io sono l’uomo al semaforo, sono quello che dopo un
nanosecondo dal verde suona il clacson impazzito, perché nessuno deve farmi perdere
tempo, nessuno dovrebbe guidare nella più totale ignoranza delle regole di base
della strada, nessuno può limitare il tempo di nessun’altro con la
superficialità del non sapere cosa debba fare l’altro, quello dietro, e l’altro
ancora, quello più indietro, e chiunque in fila al semaforo ha qualcosa da
fare, allora io anticipo, suono, sveglio la gente e recupero tempo prezioso per
tutti.-

La coda di lepre, probabilmente cacciata dallo stesso uomo
al semaforo, attaccata allo specchietto retrovisore, rende bene l’idea, lo
specchietto stesso è coperto da uno specchietto ancora più grande, panoramico, di
almeno cinquanta centimetri, che probabilmente permette all’uomo di vedere oltre
ogni patente avversaria, rende bene anche l’impianto video musicale, sedici
altoparlanti posizionati dal cofano al portabagagli della macchina riproducono
otto cantanti e otto strumenti musicali, tutti rigorosamente ad un volume
smodato, l’uomo al semaforo ha dei guanti da guida veloce, senza sapere che
sono vietati, e tiene il volante rivestito da una pelle di felino a chiazze, lo
tiene nervosamente e, si vede, è pronto a girare a destra se qualcuno lo vuole
superare a destra, o girare a sinistra se lo stesso qualcuno vuole superarlo a
sinistra. L’uomo ha un navigatore vivente, una donna infilata nel cofano, che
con la voce roca e bassa della classica donna che fuma da una vita, gli dice in
maniera suadente cosa fare, a che ora farlo, e se poi lo ha fatto bene o non è
per nulla soddisfatta, un po’ come fa la moglie quando torna a casa e lo sgrida,
anche se lui con il suoi aspirapolvere da macchina ha ripulito tutta la
macchina dalla polvere della città. Le sue scarpe sui pedali in super titanio,
forati per permetterne il raffreddamento, sono di una lega nuova, sconosciuta agli
altri uomini al semaforo, e i loro lacci sono di pelle di pedone, ben tirata a
lucido. I pantaloni e la camicia chiudono il cerchio di quel personaggio
iscritto sicuramente al circolo automobilistico degli uomini al semaforo, i
pantaloni sono infatti di pelle leggera ma nera, lucida ma solo del sudore,
mentre la camicia, a quadretti viola e neri, aperta a metà, fa trasparire una
catena d’oro tanto grande da poter essere usata per legare tutti gli
automobilisti che stanno dietro e qualcuno che sta davanti, insieme, per poi
abbandonarli incatenati nell’autostrada. Accelerando e facendo andare su e giù
il cofano della sua macchina al ritmo della benzina bruciata mi guarda ancora e
mi chiede:

-Ma tu chi sei?-

Io rispondo sereno:

-Io sono, e sarà sempre, per te, l’automobilista che sta
davanti a te, che nella serenità della mia vita mette in folle la macchina al
semaforo, leva i piedi dai pedali e tira il freno a mano, e che ha scoperto
nella sua macchina che così facendo si spegne il motore, sono l’uomo al
semaforo che appena scatta il verde pensa ancora alla moglie felice che lo
aspetta a casa, alla sua famiglia, e al gatto da accarezzare, e che torna a
casa senza rischiare di perdere nulla di questo in strada, in macchina, e che
quindi riparte lentamente, ma sono quello che quando vede te, aspetta, aspetta,
aspetta che tu suoni il clacson, che impazzisca di rabbia, che ti si gonfino le
vene del collo e che ancora dopo uno, due, tre millisecondi non ha mosso un solo
muscolo per partire ma ha solo guardato il suo specchietto retrovisore, per vederti,
piccolo, insignificante  e frustrato. Io
sono quello che quando suoni alza le braccia come a dire, calmati, esagerato,
ma senza dirlo, che ti bastino le braccia, e ti dirò di più, sono quello che
quando tu stai schiumando dalla rabbia, scendi dalla macchina perché mi vedi
piccolo, e mi minacci, e allora io son quello che uscendo dalla macchina
risulta più alto, grosso, più cattivo di te, e allora, tu, chiederai, tornando
a casa, a tua moglie, se ha visto la tua patente, senza avere il coraggio di
dirle che io sono quello che adesso ha la tua patente. E che mai te la ridarà.-

Lui, ringraziandomi, finalmente sereno, cerca la patente, me
la porge, e va al lago, spinge la sua macchina, torna a casa a piedi, e cerca
una ragione di vita.

Cesare

27 Ottobre 2016

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