Il Catalogo

Il Catalogo

La gente impacciata tra le curve della strada, umiliata dall’instabilità del
mezzo che corre per la sua tabella di marcia, sotto la pioggia. Al suo interno,
ombrelli fradici e gente che forse in viso ha pioggia o forse lacrime, una
giornata ancora da scoprire, ma già piena di respiri affannati, accelerazioni
dolorose e precarie emozioni. Rumore di ombrelli che cadono, mentre pochi
obliterano un biglietto immaginando gli altri senza biglietto, il pavimento
grigio e giallo offre un’apparente stabilità, vanificata dal conducente che,
insensibile all’età, come se tutti fossero sotto il suo comando, e solo
studenti ineducati, sterza, e accelera, e decelera, forse frustrato dall’assenza
di un cambio manuale. Il percorso include chi si lamenta e chi è rassegnato,
chi è pensieroso e chi va a morire, ma c’è anche chi avrà la sua fortuna, in un
giorno di pioggia, in un giorno sul mezzo pubblico, in mezzo a sconosciuti
conosciuti, studiati giorno dopo giorno e inseriti in un catalogo personale. Siamo
tutti diversi a seconda di chi ci guarda, ma soprattutto a seconda di chi noi
guardiamo, e in quale modo. Un catalogo dinamico, ogni posto a sedere ed ogni
posto in piedi, quotidianamente ricollocabili, ricollocati, e il catalogo si
sfoglia diversamente, una pettinatura diversa, caldo, freddo, pioggia, e la gente
esce dal catalogo per rientrare in un’altra voce, sotto un altro codice, archiviata
agli occhi di tutti, anche del conducente distratto che non rallenta, ma frena.
Non siamo nessuno per gli altri, come quando siamo in fila al market e dobbiamo
aspettare, siamo seduti o in piedi alle poste, siamo in attesa della telefonata
giusta che non arriva, siamo precari in quel catalogo, e troppe volte nulla
possiamo, e troppo spesso premiamo la richiesta di fermata solo per
distinguerci, per farci notare, per non scivolare ancora tra quelle curve,
impotenti, in balia della vergogna dell’instabilità di un mezzo pubblico, e
della vergogna di essere catalogati dagli altri nella voce sbagliata. Scendere
complici di se stessi da quel carro che apre le portiere sibilanti, e scappare
dalla gente, tuffarsi con i piedi saldi finalmente, e fare pochi passi solo per
allontanarsi da quel carro guidato da un Caronte senza marce, senza grazia,
autista e revisore del suo catalogo, e fino alla volta seguente dimenticati
dalla stessa gente. La prossima fermata è sempre quella giusta.

Cesare

6 Febbraio 2017

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