Lo scoiattolo volante

Lo scoiattolo volante

Faceva capolino da un grosso ramo, lo scoiattolo era
comodamente accovacciato, era salito sull’albero al tramonto, da un paio di
giorni non aveva più la comodità della sua tana, della sua mamma, era il
percorso naturale, adesso doveva arrangiarsi, e anche la sorellina non c’era
più. Era più emozionato che triste, un po’ spaventato dalla notte, non aveva
chiuso occhio, doveva trovare una tana, ma adesso sorgeva il sole, si sentiva
più sicuro, e come faceva ogni mattina, non smetteva di osservare gli uccelli,
e si chiedeva quando avrebbe potuto volare anche lui.

Salì ancora più in alto, quell’albero gli avrebbe dato la
sensazione di volare, aveva fame, ma prima doveva trovare un rifugio, dopo
qualche metro un incavo, guardingo annusa, cerca di guardare dentro, è
spazioso, probabilmente una vecchia tana di scoiattoli, si infila, sua,
fortunatissimo, senza fatica, inizia a fare un po’ di pulizia, l’istinto gli
diceva che se tra qualche tempo avesse cercato una compagna, le avrebbe dovuto
far trovare cibo e una casa sicura e accogliente, si prodigò, in breve tempo la
tana era splendente, e c’era anche da mangiare, probabilmente il vecchio
inquilino ha avuto qualche problema ed è dovuto andare via, si addormenta
stanchissimo, sentendo il canto degli uccelli, sognò di volare.

Era mattina inoltrata quando si svegliò, fece un rapidissimo
giro della tana, soddisfattissimo, aveva già segnato il suo territorio, nessuno
lo avrebbe mandato via, era così sicuro di se quella prima mattina da solo,
mise il musetto fuori non aveva notato quel ramo che sembrava una passerella
immensa verso il cielo, era molto in alto, e di quel ramo non se ne vedeva la
fine, usci fuori, sempre guardingo, come l’istinto gli aveva scritto, e, più
piatto possibile, si iniziò a percorrere quel ramo, girandosi di tanto in tanto
a rimirare la sua bellissima tana. Ad un certo punto scorge una costruzione di paglia,
ben stabile, il vento non la muoveva minimamente, e si avvicinò, molto cauto. Tirò
su il musetto, cercò di guardare dentro, ma era alto, si appoggiò a quell’ammasso
di rami ben saldati tra loro, e si allungò più possibile, vide con terrore artigli
e becco, scappò via, in pochi secondi era nella tana, nel panico razionale che
solo gli animali hanno, chiuse più possibile la fessura della tana e osservò in
silenzio il ramo, lungo, dove quegli artigli e quel minaccioso becco erano
diventati un puntino lontano. Non riuscì a mangiare, non riuscì a staccare lo
sguardo dal ramo.

Arrivò il buio, nessun movimento in fondo, che si fosse
addormentato, o che non si fosse accorto di altri movimenti, nel dubbio,
continuò a osservare, quegli artigli non promettevano nulla di buono, ma crollò
in un sonno profondo, e sognò, come sempre di volare, questa volta il sogno era
meno bello del solito, gli artigli lo cingevano per le zampe anteriori e lo
portavano in alto, si, ma troppo in alto, tanto che scomparve la il suo albero,
la foresta intera, poi il verde che la circondava, poi tutto, e guardava verso
il basso, vedendo solo la sorellina che piangeva perché lui si allontanava
sempre più, allora la rincuorò, la abbracciò e giocò, sempre volando, con la
sorellina, poi si svegliò, sorridendo, e pensò alla sorellina.

Dormì ancora, e ancora rimase sveglio, e così fino ad un ora
dall’alba, decidendo una sortita in quel nido, aveva considerato che gli
uccelli iniziano a cantare, a urlare, a fare un gran baccano appena sorge il
sole, quindi se fosse stato veloce magari li avrebbe trovati ancora
addormentati, e corse, come se fosse già allenato, e avesse i muscoli caldi,
corse velocissimo e arrivò in pochissimo tempo a pochi metri dal nido, il buio
iniziava a diventare meno intenso, prese coraggio, si rizzò sul nido e guardò
dentro, quegli artigli erano chiusi su loro stessi e il becco riverso di lato,
non scappò, rimase ad osservare, e anche quando un occhio lentamente si aprì,
lo scoiattolo rimase impassibile, languido quell’occhio, sembrava chiedesse
aiuto, lentamente si richiuse, lo scoiattolo decise di salire sul bordo del
nido, e chiamò quell’essere ricoperto di piume: -Hey, tu, che fai? Chi sei?
Stai bene?- L’occhio si aprì di nuovo, il becco provò a rispondere senza
riuscire, lo scoiattolo realizzò che quell’essere aveva sicuramente bisogno di
caldo e di mangiare, e gli disse: -Aspetta qua, non ti muovere, vado a cercare
qualcosa da mangiare.- L’essere con becco e artigli aprì ancora l’occhio, per
poi richiuderlo stancamente, ma in un solo istante sembrò aver capito.

Lo scoiattolo corse verso il suo nido, c’erano ancora alcune
ghiande e faggiole, lui si rese allora conto di non aver ancora procurato del
cibo, ne cacciato uccelletti o insetti, ne trovato uova. Si chiese allora come
avrebbe mai potuto volare se avesse offeso degli uccelletti che magari glielo
avrebbero potuto insegnare, rendendosi contro di una grande abbondanza di
abeti, larici e pini, dei quali rami si sarebbe potuto nutrire, disse a se
stesso che non avrebbe mai mangiato uccelletti, e, convinto di questo cercò
qualcuno che potesse dirgli cosa avrebbe mangiato il piccolo con becco  e artigli dentro quel nido. Arrivò subito l’alba,
e appena iniziò a sentire i vari canti degli uccelli corse verso di loro per
chiedere, ma ogni volta che lo vedevano, scappavano via volando, ah, quanto avrebbe
voluto volare anche lui. Ad un certo punto, disperato  per il vano tentativo di aiutare quell’essere,
si mise a caccia di insetti, quasi certo che avrebbe gradito, dopo un paio di
ore di caccia riuscì a fare un bel bottino e lo porto soddisfatto al nido,
entrò , e vide l’occhio sempre più stanco del suo animaletto con becco e
artigli aprirsi, aprì istintivamente anche il becco, lui iniziò piano piano a
infilargli gli insetti, lentamente li mangiò uno per uno, poi chiuse l’occhio come
per riposare, lo scoiattolo mangiò qualche noce e vegliò su quell’essere.

Nel primo pomeriggio qualche segno di miglioramento, quell’animale
si sollevò, finalmente e allora lo scoiattolo vide che era grandicello, un
piccolo grandicello, vide entrambi gli occhi, finalmente, quando si scosse
capiì che era un uccello, aveva salvato un uccello, fantastico pensò, l’uccello
tremò più volte, si scosse, le sue bellissime piume allora apparvero imponenti come
il mantello di un re, lo scoiattolo lo salutò e gli chiese: -Chi sei? E come
stai?- -Sono un maschio di aquila reale, e tu mi devi aver salvato la vita,
grazie, senza te sarei scuramente morto di fame- Lo scoiattolo, rassicurato
anche dal tono del suo nuovo amico, sorrise e gli disse di non fare sforzi, che
avrebbe procurato ancora del cibo per lui, l’aquilotto si sdraiò di nuovo e
fece un sorriso di ringraziamento. Lo scoiattolo corse via e tornò ancora con
del cibo, questo per vari giorni, finchè l’aquilotto si rimise completamente,
intanto parlarono, parlarono tanto, fecero amicizia.

L’aquilotto divenne forte e in grado di volare dopo alcune
settimane, lo scoiattolo diventò anche lui un po’ più grande, lo scoiattolo
scoprì dal suo amico che la madre e il padre sono volati via e non sono più
ritornati, e vide che ogni volta che l’aquilotto ci pensava, lacrimava. Pochi
giorni dopo iniziò a sbattere le ali, il cibo che gli portava lo scoiattolo
serviva a tanto ma il suo istinto lo portava a cercare della carne, lo
scoiattolo gli chiese mille volte quando avrebbe volato, e che sensazione
avrebbe provato, e che glia vrebbe dovuto raccontare tutto nei dettagli, l’aquilotto
già sapeva, per istinto, ma si ripromise, visto l’entusiasmo dell’amico, di
raccontargli tutto, così arrivò il giorno del primo volo. Si sentiva forte e il
suo amico scoiattolo faceva il tifo per lui, l’altezza era notevole, era sicuro
che sarebbe riuscito al primo tentativo, raramente in natura, ed entrambi lo
sapevano, ci sarebbe stato il secondo. Decisero che lo scoiattolo sarebbe
rimasto a terra sotto l’albero, in caso le cose fossero andare male, e avrebbe
fatto di tutto per evitare danni peggiori, erano davvero diventati amici.

Il primo volo, l’aquilotto ormai impaziente si spinse con un
saltello in avanti e le sue maestose ali aprendosi e muovendosi con decisione e
forza lo spinsero in alto, da sotto lo scoiattolo urlò di gioia nel vedere librarsi
nel cielo, in quel modo elegante, il suo amico, l’aquilotto volteggiò, tornò
sul nido, poi ripartì, lontano, lo scoiattolo salì sul loro ramo, e lo aspettò,
dopo un’ora l’aquilotto tornò con degli uccelletti tra gli artigli, uno per se
uno per l’amico, un bel pranzo, lo scoiattolo non aveva ancora avuto tempo per
cacciare uccelletti, ma da quel giorno sapeva che le cose sarebbero cambiate. La
settimana che seguì diede modo all’aquilotto di perfezionare le tecniche di
volo, e ogni volta che tornava sul ramo faceva un resoconto dettagliato allo
scoiattolo, fino a proporgli di portarlo con se appena sarebbe stato in grado
di reggere il suo peso. L’entusiasmo dello scoiattolo a quella notizia lo fece
saltellare di gioia tanto che rischiò quasi di cadere dall’alto.

Dopo un paio di mesi l’aquilotto diventò forte e sicuro, e
in una delle ultime sue scorribande alla ricerca di prede vide una gabbia,
grandissima che circondava un albero con dei rami, sui quali varie aquile, imprigionate.
Si fece coraggio ma come si avvicinava alla gabbia planando silenzioso sentì la
madre e il padre che gli intimavano di scappare con il loro consueto strillo,
allertato per tempo risalì veloce e si nascose, studiando la situazione,
aspettò la notte, e silenziosamente riuscì a sorvolare la gabbia enorme, l’albero
usciva dal centro di quella imponente costruzione, apparentemente aperta, ma
maledettamente chiusa bene, si posò in cima all’albero e chiamò i genitori, immediatamente
entrambi si avvicinarono nell’ultimo albero alto utile e salutarono il figlio,
chiedendogli come aveva fatto a resistere e diventare così grande e bello, lui
gli raccontò tutto, ma chiese come avrebbe potuto liberarli, disperato. Nessuna
soluzione apparente, nulla, i genitori sarebbero rimasti la dentro insieme a
tanti altri loro amici.

L’aquilotto tornò l’indomani sul ramo, in lacrime spiegò l’accaduto
al suo amico, che immediatamente gli disse di portarlo la per fargli vedere
come era costruita quella gabbia, decisero per il tramonto, ora in cui nessuno
li avrebbe potuti vedere, lo scoiattolo avrebbe volato, ma l’emozione di poter
fare qualcosa per i genitori dell’amico superava addirittura l’emozione del
volo tanto atteso. Arrivò la sera, impacciati decisero come fare, serviva la
sicurezza dello spazio per non fare fracassare lo scoiattolo sui rami più
bassi, serviva la certezza che la stretta degli artigli non gli avrebbe fatto
dei danni, si posizionarono quindi su due rami a una decina di centimetri, l’aquilotto
agguantò le zampe anteriori dell’amico e salì, sempre più in alto, lo
scoiattolo nonostante il buio vide il cielo in tutta la sua luminosità, stava
volando. Lui, scoiattolo, stava volando. Arrivarono dopo parecchio nei pressi
della gabbia, ma allo scoiattolo serviva la luce, doveva capire cosa avrebbe
potuto fare, aspettarono nascosti in un ramo altissimo tutta la notte.

All’alba lo scoiattolo fece un cenno all’amico, dicendogli
di aspettare immobile senza farsi vedere, e scese dall’albero, in silenzio,
velocemente fece un giro alla base della gabbia, e nulla, era saldamente
infissa in terra, non era pensabile cercare di scardinarla, il padre del suo
amico scese silenziosamente e disse, dopo avere salutato e ringraziato di cuore
lo scoiattolo per quello che aveva fatto con il figlio, gli disse che secondo
lui, in cima all’albero centrale lui sarebbe passato, ma che una volta dentro,
cosa avrebbe potuto fare lo chiese a lui, lo scoiattolo cercò la porta di
ingresso, e, miracolosamente era chiusa con un ramo dall’interno, un ramo di
abete, chi li teneva prigionieri considerava anche la possibilità che qualche
animale potesse usare quel pezzo di ramo, mettendolo infatti all’interno, sapeva
quindi che fare, disse al padre di tenersi pronti, la notte gli avrebbe aperto la
porta principale della gabbia, e tornò dall’amico, raccontandogli il suo piano.
Emozionati aspettarono tutto il giorno in silenzio, immobili.

Il tramonto, poi la notte buia, come una squadra collaudata
l’aquilotto prese il volo con il suo amico scoiattolo, e lentamente lo avvicinò
all’albero al centro della gabbia, per poi tornare a librarsi in aria e
guardare, con la sua vista, tutto quello che sarebbe successo a breve. Lo scoiattolo
scese dalla cima dell’albero, si insinuò tra le maglie di acciaio della gabbia
e l’albero, e passò, scese rapidamente e corse verso il cancello, si arrampicò
e mangiò velocemente il ramo che teneva chiusa la porta, saltò giù e spinse con
forza la porta grigliata che si spalancò in un istante, tutti i prigionieri, ad
uno ad uno, volarono via, ultimo il padre dell’aquilotto, che fece un cenno
allo scoiattolo, lo agguantò e lo portò con se, raggiungendo la sua famiglia
già in volo, arrivarono al ramo carichi di gioia, emozionati, e felici.

Da allora, ogni volta che si poteva, lo scoiattolo volava in
alto con i loro amici. Volava.

Cesare

3 Gennaio 2017

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