Privacy Policy Infinito – Cesare Carta

Infinito

Infinito

Il ragazzo correva e lei le stava
dietro, con difficoltà, erano preoccupati solamente di non ruzzolare giù in
quella discesa, in quella discesa ripida tra sentieri mal segnati e una verde e
fitta vegetazione mediterranea, il costone era ancora lontano e sarebbero
arrivati, forse, giusto qualche istante prima del tramonto, lei inseguiva l’ombra
del ragazzo, che si allungava sempre più, e rideva ad ogni suo scarto di
traiettoria, la camicia bianca e i capelli lunghi e biondi del ragazzo
sembravano ondeggiare sincronizzati, lei era estasiata, era il suo ragazzo,
anche se non ancora lui non lo sapeva, e anche se sembrava brutto seguirlo in
quella maniera, sempre e ovunque, in tutto e per tutto, qualunque cosa facesse,
lei non poteva che fare così, forse oggi le avrebbe dichiarato il suo amore.

Amore, che parola grossa, Amore,
lei ripensava spesso, quasi con ossessione, al momento in cui si sarebbe
dichiarata a lui, avrebbe detto che lo amava o forse solamente che era
innamorata,  la parola innamorata suonava
meno invadente, ma era sempre una coniugazione dell’amore, ma l’innamoramento
appariva relativo, mentre amare era un tempo infinito, e lei doveva essere
risolutiva, non poteva permettersi di lasciare dubbi, era totalmente
innamorata.

Lui sentiva i passi della sua corsa, sorrideva
mentre correva, ma non si girava per guardarla, nonostante farlo gli regalasse
sempre sensazioni uniche e indescrivibili, mancava poco alla scogliera, era
emozionato, e immaginava i suoi capelli lisci che volteggiavano mentre correva,
i suoi occhi scuri guardarlo, il suo viso sorridergli, pensava a quando stavano
alcuni giorni senza vedersi, e solo in quelle occasioni lui approfittava per
abbracciarla e baciarle le guance, e inspirava profondamente al profumo dei
suoi capelli, che non osava sfiorare, per paura di sembrare inopportuno, ma ora
era arrivato il tempo di dichiararsi, doveva saper, capire, aveva necessità di sapere
se sarebbe voluta diventare la sua fidanzata, e correva in verso quel tramonto
per scoprirlo.

In quel settembre caldo il vestitino bianco le stava
bene, sembrava quasi una sposa, e il nero dei capelli staccava così bene che
aveva deciso di lasciarli sciolti, istintivamente, oggi, la coda non sarebbe
stata appropriata, ogni volta che lui le baciava le guance lei avrebbe voluto
le sue mani sul suo collo, avrebbe voluto che lui le accarezzasse i capelli
dolcemente, pettinandoli con le sue dita mentre la baciava, chissà come sarà
baciarsi. Lo avrebbe forse scoperto in quel tramonto, tra poco. Intanto correva
dietro quel corpo esile ma decisamente forte, i suoi muscoli tesi le piacevano,
incredibilmente non aveva le mani callose, anzi, le sue mani erano bellissime, non
grandi, ed evidentemente fortissime, le davano sicurezza, tante volte avrebbe
voluto prenderlo per mano, senza però riuscire, ma anche lui non lo aveva mai
fatto, forse non era il caso di dichiararsi, però lui, si, lui doveva essere il
padre dei suoi figli.

I suoi pantaloni erano esagerati, lui lo sapeva
bene, ma non si preoccupò nemmeno quel giorno, erano coloratissimi, i grandi
del paese non li avrebbero mai portati di quel colore, mentre la camicia bianca
era sbottonata appositamente perché si gonfiasse durante la corsa, per farlo
sembrare, almeno sperava, più grande e forte. Lui pensava di avere le mani
callose, e piccole, cercava infatti di nasconderle quando stava con lei, e
nonostante mille volte gli venisse naturale prenderla per mano, evitava, ma
anche lei non si era mai proposta in quel senso, meno male pensava, le sue mani
erano piccole brutte e callose.

Nessuno dei due sudava, era una giornata fresca, e i
loro corpi vergini e senza vizi erano agili e ben dosati, i loro pasti sani, lo
sport della campagna, della loro vita, li aveva preservati, e la loro tenera
età li lasciava ancora immortali.

Lei suonava il pianoforte e studiava musica, lo
studio della musica non le piaceva inizialmente, ora si, e lo studio della
storia della musica, la scoperta di musicisti sempre nuovi e differenti le
aveva dato una spinta in più in quello che poteva essere il suo mestiere
futuro, ma senza platea, senza riscontro o applausi, o fischi, come poteva
sapere quanto il suo lavoro stava servendo, solo lui le dava una grande
soddisfazione, spesso suonava per lui e lui la ascoltava sognante, lei si
concentrava a tal punto che suonare quando lui era presente le dava una forza
che non aveva da sola, lei pensò che fosse quello il vero amore, e quando
finiva ogni pezzo pendeva dalle sue labbra, dal suo sguardo, e ogni volta
sembrava un successo.

Lui si metteva sempre il problema del suo lavoro,
sarò un rozzo taglialegna, mentre lei un’artista delicata, come potrà passare
la sua vita con me, e poi, come funzionava quel mestiere, lei avrebbe suonato
dove, quando, quanto, per chi, e non solo per lui, era bellissimo quando
suonava per lui, era così intimo, lui la ascoltava per ore, innamorato, anche
se lei sembrava invasata mentre suonava per lui, non lo guardava mai dolcemente
in quei momenti, che fosse il demone del suono che la portava lontano dalla
realtà, suonare per lui non le piaceva magari, se lo chiedeva spesso, una volta
lui di nascosto la osservò dalla finestra mentre suonava da sola, era diversa,
sembrava che conoscesse tanto bene quel pezzo che suonarlo diventava naturale,
mentre lo stesso pezzo suonato in sua presenza la faceva sembrare distratta,
come se pensasse ad altri, sarà il caso di proporsi a lei, proprio oggi, quanti
dubbi.

La scogliera era a pochi passi, lui si fermò,
allargò le braccia e sospirò, e poi urlò, innamorato, lei lo raggiunse,
sorridente, si affiancò a lui e guardando il mare urlò anche lei, innamorata. I
due si girarono uno verso l’altra, ridendo per le loro stesse urla, volevano
abbracciarsi, ma lo avevano mai fatto così, non lo fecero, lei aveva le guance
rosse, ma la corsa ne era la causa, lui interpretò così, senza osare altre
ipotesi, quel rossore di guance, immerse in quel viso così dolce da amplificare
il desiderio di farla diventare la madre dei suoi figli, la avrebbe baciata
tutta la vita, lei aveva delle labbra con un taglio perfetto e una consistenza
che immaginava ogni istante, lei vedeva le sue labbra sempre in movimento, e
apprezzava il fatto che lui parlasse continuamente, le piaceva che riempisse
spazi vuoti in quel contesto bucolico molto silente, ma adesso c’era un
silenzio imbarazzante, l’eco delle urla si era spento in quell’istante, lui si
sedette sulla scogliera, lei si sedette al suo fianco, stava per iniziare lo
spettacolo del tramonto.

Lei pensò per un attimo di non piacergli, e
soprattutto di non trovare la forza di guardarlo, con la dolcezza che sentiva
dentro, di prendergli le sue mani, fantastiche, e baciarlo, e iniziò a perdere
la speranza, lui sedendosi cercò alternative, come quella di iniziare a tenerla
per mano, sarebbe stato di aiuto, ma era sicuro che le sue mani non le
sarebbero mai piaciute, cercava di tenerle infatti sempre in tasca, mise le
mani dietro la schiena infatti, con i palmi sul terreno, e senza riuscire a
guardala fissò il tramonto, disperato, iniziò a perdere le speranze, quel
silenzio, quel tramonto sprecato, bellissimo, ma inutile, stava andando tutto
male, entrambi però confidarono in quel tramonto, era solo la fretta
dell’inesperienza che li portava istintivamente
a fare le cose in fretta, beati loro quindi, ma la condanna dell’attesa
della timidezza del primo bacio gli aveva fatto perdere davvero tanto tempo.

Il tramonto più silenzioso che avessero mai visto.
Le gambe di entrambi penzolavano dalla scogliera, sotto, il mare, davanti a
loro l’infinito, la loro vita insieme, entrambi videro quella goletta in
lontananza, lui le disse: -Sulla goletta non potresti mai suonare il
pianoforte.- Lei rispose: -Tu non avresti nulla da tagliare, guai, anzi, se lo
facessi.-

Se avessero avuto dieci anni in più avrebbero riso,
si sarebbero baciati, avrebbero fatto l’amore in quel tramonto, con quella
goletta all’orizzonte che andava verso l’infinito, invece non riuscirono a
sorridere, impacciati, innamorati, vergini, puliti. Veri.

Lui cercò, senza farsi vedere, di avvicinarsi,
spostandosi di lato, piano piano, sperando che lei accorgendosene lo levasse
dall’imbarazzo baciandolo, finalmente, e gettandogli sul suo viso i suoi capelli,
mentre lui le avrebbe accarezzato il viso, finalmente, e assaporato le sue
labbra, avrebbe respirato il suo bacio, sfiorato la sua schiena che avrebbe accarezzato
e stretto dolcemente. Lei non riuscì a muoversi, il rossore delle guance e
della sua inesperienza non andava via, la sua timidezza la bloccò al punto che
se lui la avesse sfiorata si sarebbe spezzata, quanto avrebbe voluto essere
morbida per lui, quanto desiderava che lui la sfiorasse, per baciarla, che lui
le mettesse le sue mani meravigliose sul suo corpo, che le accarezzasse viso e
capelli, e che la baciasse all’infinito. Lui vide le sue mani irrigidirsi, lo
collegò al suo tentativo di avvicinarsi, si fermò, forse stava sbagliando
tutto, forse aveva visto le sue mani.
Prese i suoi forse e iniziò ad allontanarsi, sconcertato, dubitando di
se stesso, trovando l’alibi per non chiederle mai di diventare la madre dei
suoi figli, quella rigidità parlava chiaramente, pianse in silenzio e con
coraggio, il coraggio che solo un amore infinito regala. Lei vide solo quel
movimento, lui che si allontanava da lei,
in quell’istante il viso iniziò a bollire in quel corpo già rigido,
terrorizzato dal suo amore, che la rendeva solo impacciata triste e ora anche
dolorante, forse era una difesa naturale pensò, forse quello stato era la
risposta alle sue domande, non doveva dichiararsi, aveva davvero sbagliato
tutto, non doveva quindi lasciar spazio a quello che comunque considerava da
sempre un amore infinito, ma ora era tutto chiaro, lui non era minimamente
interessato al suo infinito amore, in quel tramonto sprecato, anche il silenzio
diventò infinito.

Poi più nulla, il vuoto non si colmava, il silenzio
aumentava sempre più, il tempo non divenne giudice, il tramonto divenne gabbia,
fino all’alba.

L’alba li colpì alle spalle, spingendoli nel vuoto,
dove istintivamente si presero per mano, e, fuori dalla gabbia iniziarono a
volare, lontano, verso il loro infinito, verso il loro amore.

Cesare

28 Dicembre 2016

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